Le origini
Numerose sono le leggende di scrittori greci e romani intorno all’attribuzione della paternità di coltivazione dell’olivo. Molti reperti archeologici delle attrezzature per l’estrazione dell’olio, testimoniano la conoscenza e l’uso di questa pianta nel bacino del Mediterraneo sin dagli albori della civiltà.
Già nel Paleolitico superiore la pianta dell’olivo e, presumibilmente, i suoi frutti erano conosciuti ed utilizzati dall’uomo come dimostrano dei reperti fossili trovati nelle montagne del Negev in Israele datati al 45.000 a.C.
In corrispondenza del Neolitico (circa 8000 a.C.) si nota poi un netto aumento della quantità dei reperti fossili, segno che con il passare del tempo il rapporto tra l’olivo e la civiltà mediterranea si fa sempre più stretto.
Al tempo dei Fenici e, successivamente, durante l’Impero Romano l’uso dell’olio era molto diffuso come condimento per le vivande, come cosmetico per il corpo, usato dopo esercizi ginnici, bagni e per l’illuminazione. Columella, qualificò l’olivo primo fra tutti gli alberi (“Olea prima arborum est”) per la sua indispensabilità nell’alimentazione umana e per i vari usi ai quali veniva riservato.
Significativa è l’enorme simbologia che a sempre accompagnato questa pianta e i suoi prodotti; con i suoi rami veniva cinto il capo dei più valorosi condottieri greci ed i romani ne intrecciavano corone di trionfo per i vincitori; la colomba dell’arca di Noè tornò con ramo di olivo, dopo il Diluvio Universale, per simboleggiare l’inizio di una nuova era; l’olio fu da sempre adottato come simbolo purificante nei riti religiosi e civili ed ha assunto la sua massima rappresentazione sacra con la religione Cristiana, dove Crista significa, appunto,”Unto dal Signore”.
Sembra molto probabile che la patria dell’olivo sia l’Asia Minore ed che i primi popoli delle zone a sud del Caucaso, dell’Armenia, della Siria, della Palestina e dell’altopiano dell’Iran fossero i primi utilizzatori della pianta. In particolare, le prime coltivazioni sarebbero sorte in Siria ed in Palestina diffondendosi poi in Egitto durante la XIX dinastia e più tardi, durante l’epoca Fenicia, nelle isole Greche, soprattutto a Cipro, Rodi e Creta. Da qui l’olivo si sarebbe diffuso in Grecia dove la sua coltivazione ricevette un grande impulso tanto che si giunse alla distinzione di ben 15 diverse varietà intorno al IV secolo a.C.
Successivamente, i Fenici favorirono intensamente la sua diffusione nelle zone dell’attuale Libia e Tunisia. Cartagine contribuì all’ulteriore espansione della coltivazione dell’olivo nelle zone dove arrivava la sua influenza militare e commerciale, dal Marocco all’Algeria, dalla Spagna alla Francia meridionale fino alla Sardegna, alla Sicilia e all’Italia meridionale.
Con i Romani si raggiunse la massima diffusione in Europa, in seguito all’introduzione della pianta in tutti i territori dell’Impero dove era possibile il suo allevamento, dal Portogallo alla Francia settentrionale fino all’Inghilterra meridionale, con la contemporanea intensificazione della coltura nelle zone dove era già presente da tempo.
Nella penisola Italiana l’olivo si diffuse dapprima lungo le coste della Sicilia ed in quelle della Calabria, dove venne introdotta la tecnica di estrazione dell’olio, poi in Sardegna, nel Metapontino, nel Salento e solo in seguito verso il nord, cominciando dal resto della Puglia, nella Campania, nel Lazio, nelle Marche, nella Toscana ed infine in Liguria e nelle coste del Garda.
Dopo molti secoli di alterne vicende e dominazioni in cui la tecnica di coltivazione era rimasta pressoché invariata, verso la metà del XIX secolo la diffusione e la tecnica colturale dell’olivo ricevette un impulso notevole. Tuttavia in seguito e fino agli anni ’30 la grave crisi della contrazione dei prezzi dell’olio portò all’abbattimento di numerosi oliveti in tutta la penisola, specialmente in Puglia, Calabria ed in Liguria dove era diffusa la coltura specializzata, per far posto a colture più redditizie.
Una grossa parte degli oliveti rimasti erano quindi quelli in coltura promiscua che recentemente si tende a sostituire con quelli specializzati ed intensivi, fonti di maggiori redditi e di migliori garanzie sotto il profilo della continuità produttiva e della qualità.